Testi
sui Celti editi nel Friuli Venezia Giulia
KURM
Ipotesi e riscontri sulla presenza dei Celti e di altre popolazioni
preromane nella Bassa Friulana
Autori Vari, a cura di Roberto Tirelli, con presentazione di Gianfranco
Ellero.
Associazione Culturale "La Bassa", Latisana, giugno
2002.
Recensione
di Fabio Calabrese
La
protostoria del Friuli ha una netta - anche se non esclusiva -
impronta celtica, questo è un fatto assodato da testimonianze
archeologiche, linguistiche, riferimenti degli autori classici,
tuttavia esiste una differenza fra la parte montana, settentrionale
del Friuli, la regione carnica, e la pianura meridionale. Dal
punto di vista geomorfologico, il Friuli è distinto in
queste due parti in maniera piuttosto netta dalla linea dei fontanili
o delle risorgive, ossia gli affioramenti di sorgenti che di diffondono
nella pianura emergendo dalle propaggini dell'arco alpino. Nel
linguaggio locale, la pianura friulana, estrema propaggine orientale
della pianura padano - veneta, è detta la Bassa, contrapposta
alla Carnia montana.
Nella Bassa friulana le testimonianze archeologiche della presenza
celtica sono molto più scarse di quanto non avvenga nell'area
carnica; ciò, con ogni probabilità non è
dovuto al fatto che la presenza celtica in questa regione fosse
meno marcata in età preromana rispetto alla sovrastante
area montana e collinare, ma al fatto che le successive invasioni,
colonizzazioni, sovrapposizioni hanno in modo molto più
massiccio cancellato le tracce degli insediamenti più antichi.
Su questa presenza per certi versi elusiva, si propone di fare
il punto questo volume edito dall'Associazione Culturale "La
Bassa" con il patrocinio della Regione Friuli Venezia Giulia,
e che in 310 pagine di grande formato raccoglie 15 saggi di 13
autori (Roberto Tirelli che è anche il curatore del volume,
è presente con tre scritti), ma naturalmente l'aspetto
quantitativo, che pure presuppone uno sforzo editoriale notevole,
è secondario rispetto a quello qualitativo.
L'Associazione, inoltre, è il caso di ricordare che edita
da anni una rivista, "La Bassa", dedita allo studio
della cultura del basso Friuli nei suoi aspetti antropologici,
storici e letterari, ed ha al suo attivo la pubblicazione di una
cinquantina di titoli in volume, soprattutto di storia locale.
Il titolo del volume richiede qualche parola di spiegazione: "Kurm"
o "Curm" in celtico indicava una regione acquitrinosa;
la zona della Bassa è, grazie al fenomeno delle risorgive,
assai ricca di acque, fiumi che in passato davano facilmente luogo
ad acquitrini. Avvicinandosi alla costa, si passa quasi senza
soluzione di continuità alle lagune salmastre di Marano
e Grado, ed è fondata l'ipotesi che in età celtica
Kurm fosse appunto il nome con il quale la Bassa stessa era indicata
dai suoi abitanti. Da "Curm" deriva "Cormor",
che significa fiume che ha la tendenza ad impaludarsi, e Cormor
si chiama ancora oggi il fiume di Udine.
(A questo riguardo, vorrei fare una nota a margine: è possibile
che il nome dei cormorani, gli uccelli acquatici, frequentatori
di zone lagunari, derivi appunto da Cormor; l'altro nome con cui
essi sono indicati, marangoni, nei dialetti veneti e friulani
ha assunto anche il significato di carpentiere, (e "Marangoni"
e "Marangon" si trovano con una certa frequenza dalle
nostre parti come cognomi); questo traslato è avvenuto
in età medievale, quando i carpentieri che lavoravano nell'Arzanà,
l'Arsenale di Venezia furono soprannominati marangoni per l'abilità
di trattenersi sott'acqua, simile a quella dell'uccello pescatore,
per compiere lavori in apnea sotto la chiglia delle navi; ciò
dimostrerebbe che osservare questi uccelli acquatici era un tempo
nelle nostre zone cosa comune).
A parte la nota introduttiva di Alessandra Guerra, assessore alla
cultura della regione Friuli Venezia Giulia, e già presidente
della Regione stessa, dove però non manca qualche interessante
osservazione come questa:
"La presenza della cultura celtica nel territorio è
qui documentata da puntuali riscontri obiettivi che vanno dall'analisi
delle fonti storiche. Alle ricerche archeologiche e linguistiche
eseguite sul campo
i molteplici argomenti trattati
scandagliano
l'ambiente naturale, le religioni preromane, l'eredità
culturale della civilizzazione celtica", il libro si apre
con un'ampia presentazione di Gianfranco Ellero: Alla ricerca
dei Celti perduti, che non è meramente ornamentale/celebrativa,
ma introduce immediatamente nel vivo della questione: la storia
ufficiale del Friuli Venezia Giulia inizia, secondo quanto riferisce
Tito Livio, nel 181 avanti Cristo, quando lo stato romano decide
la fondazione di Aquileia allo scopo di contrastare un'infiltrazione
di Celti Transalpini che si sarebbero insediati nel luogo dove
oggi sorge Medea. I dati rilevanti che emergono dalla narrazione
liviana sono due; il primo, il fatto che la colonia porta appunto
il nome di Aquileia, che è un etimo celtico, e questo fa
supporre che la colonia non sia stata "fondata" ma "dedotta"
in un luogo già abitato da Celti Cisalpini (i Romani distinguevano
tra "condere", "fondare" una colonia, quando
i coloni erano inviati in un luogo disabitato, e "deducere",
quando invece essi erano mandati dove vi era una popolazione preesistente
allo scopo di controllarla e progressivamente assimilarla nel
sistema romano); il secondo indizio, il fatto che Livio parla
della zona dove è destinata a sorgere Aquileia come di
"Carnia", il che fa supporre una Carnia molto più
estesa dell'attuale, comprendente in pratica tutto il Friuli fino
alla costa. L'autore evidenzia che per i Romani le denominazioni
geografiche avevano un significato strettamente etnico, era sempre
la popolazione a dare nome al territorio, mai il contrario, la
Carnia era, fuori di discussione, il territorio dei Galli Carni,
quindi, o pressoché tutto il Friuli preromano era celtico,
oppure i Galli Carni non erano Celti, cosa che appare francamente
inverosimile. Sono poi di grande interesse nell'ambito di questo
articolo le riflessioni sui dati linguistici: etimi individuabili
con certezza come celtici, nel friulano ce ne sono pochi, ma il
friulano come linguaggio ha caratteristiche che lo distinguono
nettamente dai dialetti veneti ed italici e lo riconnettono al
francese; ricondurre queste ultime al sostrato celtico comune
alla parlata friulana ed alla lingua d'oltralpe, non sarà
impresa troppo azzardata.
Non cercherò di riassumere lo scritto seguente, Ipotesi
e riscontri di Roberto Tirelli, un vero e proprio saggio di 22
pagine che è un'ampia introduzione al mondo celtico nei
suoi aspetti storici ed archeologici, ripercorre le fasi dell'espansione
dei Celti in Europa ed in Asia Minore ed il loro declino. Mi limito
perciò ad evidenziare di questo scritto un paio di elementi
importanti per la storia del Friuli celtico: il primo è
che, come Ellero, anche Tirelli ribadisce che gli autori classici
attestano la presenza celtica nell'area friulana:
"Il famoso "Periplo di Silace", (viaggiatore e
geografo greco 522-485 a.C.) attesta la presenza di indigeni di
lingua celtica insediati nell'est italico già dal VI secolo
e descrive le tribù celtiche presenti sulla costa adriatica
a contatto con i Veneti" (pag. 21).
Il secondo punto, è che pare si debbano ai Celti l'introduzione
del cavallo da tiro e del carro, nonché dell'agricoltura
nella pianura friulana.
"La più evidente e conosciuta conquista dei Celti
è stato l'uso del cavallo (capall-cjaval) e del carro (kar-cjar).
Lo sfruttamento dell'energia animale è, già di per
sé, una rivoluzione: l'uso come cavalcatura o come traino
dell'aratro, fa compiere un bel salto di civiltà. Ancor
più il carro da battaglia contribuisce alle fortune militari
dei popoli del nord" (pag. 24).
Si noti che le forme friulane sono pressoché identiche
a quelle celtiche; i due termini sarebbero poi passati nel latino
popolare (dove caballus ha soppiantato equus), ed avrebbero dato
origine alle corrispondenti parole italiane moderne. L'agricoltura
praticata nel Friuli preromano sarebbe stata basata non su colture
di tipo mediterraneo, ma su cereali in uso in terre più
settentrionali, in particolare spelta e tritico, uguali a quanto
avveniva nella cultura celtica transalpina di La Tene, a cui gli
antichi agricoltori friulani erano collegati:
"Il periodo di La Tene nella pianura friulana corrisponde
alla stanzialità, allo sviluppo dell'agricoltura. Le coltivazioni
dei Celti e delle altre popolazioni preromane qui non erano quelle
del bacino mediterraneo, ma piuttosto adatte ad un clima più
freddo, come probabilmente si riscontrava nelle stagioni d'allora"
(pag. 26).
Seguono Genesi del territorio di Avellino Masutto, una presentazione
del Friuli dal punto di vista geologico, e Boschi, alberi, piante
medicinali nella cultura celtica di Francesco Sguazzin, articoli
sui quali non mi soffermo, il primo perché troppo specialistico
e non collegato direttamente all'argomento Celti, il secondo perché,
senza fare un particolare riferimento al Friuli, tratta di concezioni,
di un tipo di rapporto fra uomo ed ambiente che dovrebbe già
essere ben noto ai lettori di Bibrax.
Il saggio di Benvenuto Castellarin L'ipotesi celtica, una indagine
sull'edito è il più vasto del volume se si prescinde
dall'imponente lavoro conclusivo - quasi un libro nel libro -
affidato a Fabio Prenc, 45 pagine, si tratta di una bibliografia
ragionata, un lavoro compilativo, ma che riassume e fornisce una
guida attraverso una mole di scritti che è enorme: si va
dagli autori classici, Cesare, Tito Livio, Plinio il Vecchio,
Strabone, agli studi moderni, italiani e stranieri, alle ricerche
di storia locale, con l'indicazione ripartita in sezioni, degli
studi sui siti archeologici in Italia (suddivisi per regioni:
Friuli, Emilia Romagna, Lombardia, Veneto, Piemonte) e stranieri:
Austria e Jugoslavia, alle ricerche specialistiche catalogate
per argomenti: numismatica, storia, religione, arte, spiritualità,
magia, medicina, esoterismo, folklore ed anche testi per l'infanzia,
un lavoro davvero imponente.
Un lavoro poco meno imponente, ma che presuppone una ricerca bibliografica
altrettanto estesa che completa quella di Castellarin, è
Da Akileia alla foce tilaventina di Enrico Fantin (Akileia, ovviamente,
è la grafia antica di Aquileia, che meglio consente di
riconoscere l'origine celtica del toponimo, e la foce tilaventina
è quella del fiume Tagliamento, che nel suo tratto superiore
costituisce il confine fra le province di Udine e Pordenone, ed
in quello inferiore il confine tra Veneto e Friuli). La ricerca
bibliografica di Fantin è dedicata alle fonti locali, suddivise
per comune, e comprende sia storie locali, sia singoli articoli
sia cataloghi dei musei in riferimento al materiale archeologico,
di cui è presentata una documentazione fotografica che
consente un utile colpo d'occhio complessivo sulle testimonianze
della presenza celtica emerse nella regione che restano elusive
fino a quando sono considerate separatamente; un materiale molto
vario, fra cui prevalgono fibule, spade, urne funerarie.
La presenza celtica in Friuli non sembra però essere stata
uniforme né nello spazio né nel tempo; si possono
riconoscere tre distinti elementi nel Friuli preromano: paleoveneto
(identificato dalla cultura atestina, così detta da Este
che fu il centro principale di quest'antica popolazione), il più
antico, a cui si affiancano Veneti e Celti (fra i quali va distinto
il ramo carnico e quello dei Celti transalpini immigrati attorno
al 183 a C., immigrazione che provocò qualche anno dopo
l'intervento romano e la fondazione di Aquileia), e non vanno
dimenticati nemmeno i contatti con le popolazioni delle colonie
greche insediate in alto Adriatico, Adria e Spina. Il Friuli sembra
aver avuto fin dalle sue più remote origini il destino
di essere una terra d'incontro, di scontro e di commistione fra
le culture e le civiltà più diverse. Quest'ultimo
è il tema dell'articolo di Maurizio Buora Incontro di diverse
culture nella Bassa friulana.
Di grande interesse per comprendere il mondo spirituale degli
antichi Celti, è l'articolo di Franca Mian Circa una più
antica storia di Apollo "Carneo". Apollo Carnico o Carneo,
la cui venerazione è attestata in età romana nella
regione, non è altro che la romanizzazione di Belenus,
dio celtico solare e patrono della medicina, personaggio di spicco
del pantheon celtico i cui attributi, del resto, si accostano
molto a quelli che la mitologia classica conferisce ad Apollo.
Fin qui, non vi sarebbero problemi interpretativi particolari,
semmai vi sarebbe da sottolineare il fatto che un rilievo del
III secolo d.C. raffigura il dio dalla testa raggiata, protettore
di Aquileia, combattere sugli spalti della città assediata
da Massimino il Trace, eloquente testimonianza del sopravvivere
della celticità al disotto della romanizzazione della regione,
ma Franca Mian vuole introdurci alla storia più antica
di questo dio, quella che non si può desumere dalle fonti
ma si può ricostruire in via ipotetica.
Che in tutta l'area mediterranea, mediorientale, est europea si
trovino divinità che, analogamente a Belenus e ad Apollo
associano i concetti di medicina, guarigione e luce solare, non
è cosa che possa stupire troppo: la preoccupazione per
la salute è sempre stata una costante per tutti gli uomini
di ogni luogo e di tutte le epoche, e gli antichi erano più
consapevoli di noi della precarietà dell'esistenza, anche
perché in genere conducevano una vita più dura della
nostra, ed allora si presenta spontanea l'associazione fra la
luce del sole, l'energia, la forza, la salute.
La cosa che però sorprende, è che divinità
analoghe siano chiamate allo stesso modo in aree molto distanti:
"Belenus" sembrerebbe avere la stessa radice di Bel
- Baal, il suo equivalente fenicio e mediorientale. L'ipotesi
della Mian è che ciò non sia una coincidenza. E'
esistito tra mondo celtico e Medio Oriente un ponte oggi sommerso
costituito dalle popolazioni indoeuropeo orientali, oggi ridotte
all'India ed all'altopiano iranico, ma in età antica presenti
con un gran numero di popoli: Sciti, Sarmati, Alani, dall'Adriatico
all'Asia centrale, senza contare che gli stessi Celti si sono
spinti fino all'Anatolia dove dal nome dato loro dai Greci (Galati)
è derivato quello di una regione anatolica, la Galazia,
ed i Fenici, a loro volta hanno insediato colonie nel Mediterraneo
occidentale dove certamente entrarono in contatto con i Celti;
una commistione culturale è dunque possibile, addirittura
probabile.
Decisamente ad una dimensione più locale e regionale ci
riporta l'articolo di Ermanno Dentesano Osservazioni sulla toponomastica
preromana della Bassa friulana con particolare riguardo a quella
celtica. L'aspetto forse più interessante di quest'ultimo
pezzo è che, sebbene si muova in una dimensione dichiaratamente
di toponomastica locale, l'analisi delle radici celtiche ci riporta
sia alla toponomastica di tutta l'Italia settentrionale che conserva
un'impronta celtica piuttosto evidente, sia a parole che sono
entrate nell'uso della lingua italiana, il cui legame con il mondo
celtico, per questo lato, non avremmo forse sospettato. Qualche
esempio dei tanti che se ne potrebbero scegliere: Dur, in celtico
"fiume", è alla base di molti toponimi friulani,
ma anche dei nomi delle due Dora in Piemonte e della Dordogna
in Francia; dalla forma thur viene il nome dei Taurini (come dire
"Galli insediati sul fiume", ovviamente il Po), e della
città fondata dai Romani sul loro territorio, Augusta Taurinorum,
oggi Torino. Glem, altura, è alla base del nome di Gemona
e di diverse altre località friulane, ma rimanda anche
direttamente ai glen della Scozia. Lanum, etimo probabilmente
latinizzato, che indica un terreno pianeggiante, una pianura,
è alla base di diversi toponimi locali, ma oltre ad aver
dato origine al germanico Land, a sua volta base di numerosissimi
toponimi, prefissato da un mid-(medio-), è all'origine
del nome della più grande città dell'Italia settentrionale,
che significa "nel mezzo della pianura". Per quanto
possa sembrare sorprendente, diverse parole celtiche sono passate
quasi inalterate nel latino e poi nell'italiano; ho già
citato "carro" e "cavallo", la stessa cosa
avviene per caban, che oltre ad essere all'origine di diversi
toponimi, è passata all'italiano con lo stesso significato
che aveva presso i Celti, "capanna".
Il successivo articolo di Giuliano Bini, Alla ricerca dei Celti
nel bacino del fiume Stella, ci riporta sul terreno dell'archeologia
materiale. L'articolo è una relazione sui lavori di scavo
condotti dal prof. Maurizio Buora (anch'egli uno degli autori
presenti nel libro) responsabile per l'archeologia dei Civici
Musei di Udine sull'area del fiume Stella. Per quest'area abbiamo
testimonianze delle fonti classiche, (in particolare Tito Livio
che transitò nella zona attraverso la via Annia) ma non
evidenze archeologiche. Gli scavi del professor Buora hanno riguardato
due strutture di epoca preromana che presentano somiglianze con
i castellieri carsici e sono note come Castelir e Ciasteon. Lo
scarso materiale emerso dagli scavi sembra tuttavia prevalentemente
di fattura veneta piuttosto che celtica. "Sono materiali",
dice l'autore, "che potrebbero indicare la presenza in loco
nel periodo della colonizzazione romana, di elementi di cultura
venetica, non però di popolazioni venetiche". In altre
parole, potrebbe essere che Celti insediati nella zona abbiano
fatto uso, soprattutto se si trattava di un piccolo avamposto,
di vasi ed altri oggetti di uso comune acquistati o frutto di
baratti con popolazioni venete circostanti, ma non siamo in grado
di affermarlo con certezza.
Il successivo articolo di Roberto Tirelli è dedicato ai
"sedimenti culturali". Più che in campo archeologico,
i Celti hanno lasciato la loro impronta nel patrimonio culturale,
nelle usanze, nelle tradizioni, nei riti stagionali, non solo
del Friuli, ma si può dire di tutta Europa, basta pensare
ai riti che quasi ovunque accompagnano Belthane/San Giovanni e
Samhain/Ognissanti.
"Questa eredità , più che dalle rilevanze materiali
viene vista sotto gli aspetti di una serie di affinità
culturali fra il Friuli ed il nord Europa. In particolare ci si
sofferma sul rituale dei fuochi epifanici (pignarul, pan e vin
etc.) e sul lancio delle cidulis nelle vallate montane, sulla
funzione lustrale dell'acqua, sulle leggende attorno al patrimonio
naturale, i boschi certo, ma anche i fiori. L'albero del maggio,
i mazzi di fiori simbolici sempre dei "mais", il mac
di San Zuan per la festa di San Giovanni di mezza estate.
Tutto ciò che nel cristianesimo viene detto frutto della
superstizione e della magia, l'astrologia, la divinazione, potrebbero
essere davvero un sedimento celtico. C'è chi vede addirittura
nel culto di alcuni santi come santa Colomba in Osoppo e san Giorgio
un po' ovunque la condivisione di un patrimonio ben più
ampio di quello che si possa constatare.
La notte di Ognissanti nella quale le credenze diffuse vogliono
far riapparire le anime dei morti, la notte di Natale forse veglia
fra la luce e il buio, la stessa notte di mezza estate sono fenomeni
che sollecitano la curiosità circa la loro prima origine".
Segue ancora L'uomo e il territorio antico nel Veneto orientale
di Franco Romanin, un'indagine sul Veneto orientale e sul Friuli
che parte dalla formazione geologica di quest'angolo delle Alpi
e della pianura Padana, che passa al popolamento della regione
in età preromana: Paleoveneti (cultura atestina), Veneti
ed infine Celti. L'insediamento celtico nella regione fu un evento
complesso, articolato, che si compì a tappe successive
ad opera di tribù diverse, che si fusero con le popolazioni
preesistenti più spesso di quanto non le soppiantassero.
"E' opinione degli storici che i Gallo - Celti arrivarono
in Italia in periodi diversi e ad ondate successive. Alcuni propendono
la loro prima apparizione verso il 600-550 a.C.)
Diverse erano le tribù che costituivano l'entità
del popolo celtico, formate da gente dedita al lavoro dei campi,
alla lavorazione artigianale e da guerrieri. (
)
L'Italia settentrionale fu conquistata dai Celti, ma nella "Padania"
non riuscirono mai a soppiantare i Veneti soprattutto nei territori
compresi tra l'Adige, la Livenza e le Prealpi. Qui si integrarono
con la popolazione del luogo fino all'arrivo dei Romani e alla
completa romanizzazione della regione.
Una delle tribù celtiche che si spinse più ad est
del Veneto, fu quella dei "Cenomani", tanto che verso
il II secolo a.C. le differenze tra Cenomani e Veneti, in origine
molto accentuate si appiattiscono e i primi "si venetizzano",
come è stato documentato da ritrovamenti di oggetti, matrimoni
misti e trasferimenti di clan familiari.
Tra il V e il III secolo a.C., mentre tribù di Norici,
Taurisci ed Istri occupavano le regioni transalpine nordorientali,
altre tribù di Celti, provenienti dall'Europa Centrale,
occupavano la regione tra la Livenza e il Tagliamento, forse lasciata
libera da Paleoveneti.
L'occupazione avvenne lentamente e a fasi successive, prima dalla
montagna, poi dalla collina, per divenire stabile alla fine anche
nella pianura, attestandosi alle spalle dei Veneti,
E certo che ad esempio, nell'agro concordiese non giunsero le
stirpi galliche sopra menzionate, ma quasi sicuramente quella
dei Carni (da qui il nome Carnia). Anche se, ancora una volta
è incerta la data quando i Carni abbiano soppiantato i
Veneti, o, come si suppone, si amalgamarono con essi in questa
zona.
Si può dedurre verosimilmente che la discesa dei Carni
in questo territorio ed il loro fermarsi stabilmente, sia avvenuto
intorno al Il secolo a.C.
Ecco quindi che il confine politico ed etnico dei Carni con i
Veneti era costituito dal fiume Livenza".
Torniamo di nuovo a considerare la prospettiva religiosa celtica
e non solo celtica con il saggio La religiosità nel basso
Friuli in epoca preromana e romana di Mario Giovanni Battista
Altan.
L'ipotesi che l'autore ci presenta è davvero suggestiva:
fra le forme di religiosità, spesso molto diverse le une
dalle altre, del mondo antico, quella dei Celti era probabilmente
la più adatta a sopravvivere sotto il velo di una cristianizzazione
esteriore, infatti, il pantheon celtico conosceva una divinità
principale - altrove Lug, nelle nostre zone Belenus - e numerose
deità locali e tribali, oggetto di quelli che MGB Altan
definisce "microculti". Il primo poteva facilmente assimilarsi
al Dio cristiano, i secondi trasformarsi nei vari santi protettori
e santi patroni. Sopravvissuta alla romanizzazione sotto forma
di una miriade di culti locali, con il declino della religione
classica imposta dallo stato romano, questa religiosità
sarebbe riemersa in forme solo lievemente cristianizzate. Da qui
verrebbe la sorprendente continuità di culti, riti, tradizioni,
usanze, la stessa che Roberto Tirelli ha esaminato nell'articolo
sui sedimenti culturali. Se quest'ipotesi fosse corretta, spiegherebbe
molte cose nella storia non solo del Friuli ma dell'intera Europa.
Un'altra ipotesi, non strettamente attinente la religione, presentata
in quest'interessante articolo, riguarda i Galli Carni che furono
i principali attori della colonizzazione celtica nella nostra
regione: le concordanze etimologiche della toponomastica fanno
supporre che dal nome dei Carni derivino sia quello della regione
austriaca della Carinzia, sia quello della Carniola, regione storica
coincidente grosso modo con l'attuale Slovenia, regioni che, come
la nostra Carnia, appunto dai Carni sarebbero state anticamente
abitate: essi erano allora probabilmente una popolazione che occupava
un'area molto più vasta di quanto ordinariamente si suppone:
tutta l'area orientale delle Alpi, al di là ed al di qua
del crinale montano.
Il compito di riassumere un po' tutti i contenuti del volume oltre
ai risultati di un ventennio di ricerche archeologiche in Friuli,
è stato affidato a Fabio Prenc, il cui ampio saggio, All'ombra
dei Veneti, dei Celti, dei Romani, occupa un'ottantina di pagine,
compresa una nutritissima bibliografia.
Il saggio, presentato come una passeggiata archeologica lungo
l'antica via Annia tra le antiche stazioni di posta romane di
Ad Undecimum e Ad Paciliam, approssimativamente il tratto Fra
San Giorgio di Nogaro e Aquileia, è quasi impossibile da
riassumere, anche perché sintetizza, in una relazione molto
dettagliata, i progressi dell'archeologia regionale che in questo
campo soprattutto nell'ultimo quindicennio sono stati enormi.
Come commenta lo stesso autore:
"Certamente nel Basso Friuli tanto è stato fatto;
infatti in un territorio dove fino al 1987 erano note solo una
quarantina di aree archeologiche le tre campagne di ricognizione
condotte dal 1988 al 1993 (le prime due in compagnia di Paola
Maggi, la terza da solo) hanno portato alla schedatura di circa
200 siti e all'inventariazione di oltre 4.000 oggetti, realizzata
con l'apporto scientifico di Anna Buiatti e Cristina Gomezel".
Anche se non manca di precisare che resta ancora moltissimo da
fare, proprio per arrivare ad una comprensione completa di questo
materiale.
Non vorrei entrare qui in un'analisi in dettaglio di questo interessantissimo
saggio, anche perché comporterebbe in buona sostanza una
ripetizione delle cose già dette dagli autori precedentemente
citati, ma Prenc cerca di dare una risposta ad una domanda che
non si può lasciar cadere nel vuoto: che fine hanno fatto
i Celti? Le testimonianze archeologiche attestano la loro presenza
fino alla romanizzazione, dopo di che scompaiono.
Prenc risponde citando un altro autore del volume, Maurizio Buora:
"I Celti ci saranno stati certamente, anche [in età
romana], ma il fatto che si vestissero da Romani, mangiassero
da Romani, vivessero insomma come Romani, ci impedisce di riconoscere
il loro esser Celti".
Le testimonianze archeologiche cessano, ma non cessano le tracce
nella toponomastica e nell'eredità linguistica in genere,
né nei riti, nelle usanze, nelle tradizioni. Non penso
sia azzardato dire che i Celti sono ancora con noi, siamo ancora
noi, almeno in parte, perché non è certamente il
caso di negare che in noi stessi quali siamo oggi, la radice celtica
si mescola a quella latina e ad altre ancora, longobarda e via
dicendo. Noi siamo Celti e latini, Italiani ed Europei, e se mi
è consentito esprimere un giudizio personale, abbiamo il
diritto ed il dovere di riscoprire e valorizzare, di rivendicare
ogni parte della nostra eredità e della nostra identità,
tanto più oggi, in un mondo che tende al livellamento ed
al depauperamento dei popoli e delle culture, ad un appiattimento
in cui potrebbe non restare all'umanità alcun altro ruolo
e significato se non quello di anonimi consumatori del mercato
mondiale.
Questo libro, di grandissimo interesse, non dovrebbe mancare né
nella biblioteca di chi si interessa di cultura, archeologia e
storia celtica, né degli appassionati di storia regionale
friulana, tuttavia è quasi impossibile trovarlo nelle librerie,
e fuori regione la cosa è senz'altro impossibile.
Per questo motivo, consiglio tutti coloro che siano interessati
di rivolgersi direttamente all'Associazione Culturale "La
Bassa", via A. Manzoni 48 - 33035 Latisana (Ud).
Raul Lovisoni: I Celti nell'alto Adriatico
(CD Rom edizioni Age of Vitrae)
Recensione di Fabio Calabrese
Vi
ho già parlato su queste pagine del convegno "I Celti
nell'alto Adriatico" organizzato a Trieste dal Circolo Jacques
Maritain dal 5 al 7 aprile 2001 presso la Scuola Interpreti dell'Università
degli Studi di Trieste.
E' poi seguita la pubblicazione degli atti di questo convegno,
solo che questi "atti" hanno assunto una forma insolita
ed accattivante, infatti, nell'intento di parlare un linguaggio
accessibile soprattutto ad un pubblico giovanile (che pare ormai
disavvezzato a trascorrere soverchio tempo sulle pagine stampate),
essi sono divenuti un CD Rom, un "libro sonoro" la cui
realizzazione è stata curata dal maestro Raul Lovisoni
che è riuscito, a mio avviso a realizzare un lavoro di
notevole pregio dove, con l'ausilio di una musica sapientemente
evocativa, si fondono potenza suggestiva e rigore scientifico.
Un piccolo documento a sé stante e non privo d'interesse,
è costituito dal booklet che accompagna il CD, e che porta
come epigrafe queste parole di Massimo Scaligero sulle quali vi
invito a riflettere: "Vi è qualcosa al di sopra della
cronaca, che è la storia, ma v'è qualcosa superiore
alla storia, che è la leggenda". (Anche se per la
verità avrebbe potuto aggiungere che vi è ancora
un gradino superiore alla leggenda, rappresentato dal mito, ma
non sottilizziamo).
Leggiamo dal booklet del CD, che è davvero illuminante:
"Conoscere la storia di un popolo leggendario e coglierne
le trasformazioni nel tempo (
) Nel ripercorrere gli avvenimenti
più significativi e le saghe di questi popoli, il maestro
Raul Lovisoni ha usato il linguaggio evocativo del sogno, le suggestioni
di lontane cornamuse ed il palpitare oscuro di tamburi che seguono
il ritmo del cuore in noi stessi. Eppure, malgrado questa valenza
epica, il racconto ad un certo punto trova il filo rosso della
Storia".
Claudio Grizon, assessore alla cultura della Provincia di Trieste.
"In questi anni abbiamo assistito ad una semplificazione
della mitologia celtica. Ricondurre ad un maggiore rigore storico
lo studio documentato e razionale la presenza dei Celti nel nostro
territorio (
) [ci] è sembrato un impegno importante.
Altrettanto importante era però trovare uno strumento col
quale trasmettere questa esperienza ai più giovani. Il
connubio tra musica e storia (
) sarà sicuramente
vincente".
Rossana Poletti del circolo Jacques Maritain.
Nonostante il titolo, i testi contenuti nel CD (nove più
due brani solamente strumentali) non si limitano a trattare solo
dei Celti nell'alto Adriatico, ma ripercorrono in una vasta panoramica
la storia complessiva dei Celti, la loro cultura, i loro miti,
la loro arte.
Nella nostra epoca, giustamente ci lamentiamo del fatto che arte
e scienza hanno preso due cammini del tutto separati e talvolta
contrapposti, del muro che si è creato fra cultura umanistica
artistico - letteraria e cultura scientifica; bene, questo CD
è anche una porta aperta in questo muro, essendo basato
sulla stretta collaborazione fra un musicista, il Maestro Lovisoni,
ed un archeologo, Fabio Prenc, che ha curato i testi del "libro
sonoro" per la parte storica. Fabio Prenc l'abbiamo già
incontrato come uno degli autori che compaiono nel volume Kurm,
edito dall'associazione "La Bassa" di Latisana; ricordiamo
anzi che è l'autore del saggio conclusivo e riassuntivo
del volume curato da Roberto Tirelli, un corposo documento di
un'ottantina di pagine che potrebbe ben figurare come testo a
sé stante che fa il punto in maniera davvero esaustiva
sulla presenza dei Celti nel basso Friuli, ed è probabilmente
una delle persone più qualificate per un lavoro come questo.
Occorre dire anche che il Maestro Lovisoni, per la parte propriamente
artistico - musicale non ha voluto lanciarsi nell'avventura di
una rilettura esclusivamente personale dell'epos musicale celtico,
ma si è avvalso della collaborazione di un autore di musica
celtica contemporanea, l'irlandese Nicholas Kelly; nel CD sono
inseriti i brani originali di Kelly Cliffs of Moher, White Princess
e Orange Princess.
La voce narrante che riesce a dare ai testi una forte carica di
suggestività, è quella dell'attrice Carla Lugli.
Diamo ora una sintetica occhiata ai testi che compongono il CD.
Il primo brano, Dove viene evocata la terra degli eroi, è
una citazione dal libro di Renzo Arcon Di Artù e della
Tavola Rotonda (ed. Il Cinabro) che ci permette di iniziare subito
con un'immersione nell'animo di un guerriero celtico che, nell'imminenza
della battaglia intravede (contempla? immagina?) nel cielo, fra
le nubi le ombre degli antenati, dei grandi guerrieri della tribù
dei tempi andati che, anche se non possono prestare aiuto materialmente,
impediscono di sentirsi soli, fanno capire di essere parte di
una continuità che trascende i limiti dell'esistenza individuale.
Una grande lezione per l'uomo moderno, scisso da se stesso perché
scisso dalla propria storia, che finisce per sentirsi sempre più
frammentato e sempre più povero.
I due brani strumentali sono il secondo ed il decimo della raccolta;
in entrambi "la musica celebra la gloria dei popoli celtici",
nel primo dei due è il suono dell'arpa a farlo, nel secondo
il suono di arpa, flauto e tamburo, che appunto costituivano la
triade degli strumenti celtici. Sappiamo, e il CD non poteva non
evidenziarlo, che la musica aveva per i Celti un'importanza grandissima,
en passant, il primo brano, quello tratto dal libro di Renzo Arcon,
espone anche la concezione dell'uomo musicale: per i Celti l'arpa
equivaleva ai nervi ed il flauto alla spina dorsale dell'uomo,
mentre il rullo del tamburo era il battere stesso del cuore; da
qui il valore sacro che per loro aveva la musica.
Il terzo brano parla delle ignote origini dei Celti, che fanno
la loro prima comparsa nel V secolo avanti Cristo. Le origini
dei Celti sono appunto ignote nel senso che venticinque secoli
prima della nostra era la civiltà celtica fa la sua comparsa
improvvisa, già estesa su di un'area molto ampia comprendente
le Gallie, la Britannia, la Penisola Iberica, il centro dell'Europa.
Temuti dai Greci e dai Romani, i Celti furono dopo la loro sconfitta,
fonte inesauribile di fascino, grazie soprattutto alle potenti
creazioni mitologiche. Quella celtica è la prima civiltà
interamente europea, sviluppatasi lontano dalle influenze mediterraneo
- mediorientali che contribuirono a plasmare le culture greca,
etrusca, latina. Il quarto brano si occupa dell'arte celtica,
anzi, come evidenzia fin dal titolo, della bellezza dell'arte
celtica. I Celti non hanno lasciato capolavori architettonici,
a parte gli enigmatici megaliti, né grandi opere nella
statuaria o nella pittura: il grande senso estetico dei Celti
eccelse soprattutto nell'oreficeria, nella produzione di monili
di squisita fattura il cui gusto incanta ancora oggi, nella decorazione
fatta di minuti intrecci di motivi ricorrenti: figure zoomorfe
(più raramente antropomorfe), vegetali, gli elaborati e
complessi nodi. Motivi ricorrenti che creano quello che si può
considerare un vero e proprio stile celtico. Cosa rara nell'antichità,
nella quale ogni cultura ed ogni popolazione avevano i propri
moduli stilistici, lo stile celtico piacque e si diffuse pressi
popolazioni diverse diventando una vera moda. Questo complica
la vita degli archeologi, perché non sempre il ritrovamento
di manufatti di stile celtico significa la presenza di popolazioni
celtiche, ma - come dire - è il prezzo del successo, il
prezzo soprattutto di un'arte di grandissima pregevolezza estetica.
Nel quinto brano si racconta dei Druidi, degli dei e delle stagioni
celtiche. Plinio ricollega la parola "druido" al greco
druos, quercia; il termine pare appropriato per descrivere una
sapienza legata alle foreste ed alle forze della natura. I templi
dei druidi erano all'aperto, nelle foreste, ornati di semplici
arredi di legno e di ex voto, soprattutto armi.
Le divinità celtiche costituivano un pantheon molto vario
e con notevoli differenze locali. Nell'alto Adriatico fino all'età
romana era particolarmente venerato il dio Belenus. Gli imperatori
Augusto e Claudio adottarono un particolare impegno nello sradicare
nelle Gallie la religione druidica cui s'imputavano pratiche crudeli
come i sacrifici umani, ma che rappresentava anche un modo di
essere ed una tradizione culturale non assimilabili alla compagine
imperiale.
I Celti conobbero alla metà del I millennio avanti Cristo
una rapida espansione che li portò a mescolarsi con le
popolazioni di una vasta fascia dell'Europa, od a sostituirsi
ad esse. Popolazioni e culture celtibere (celtiche + iberiche)
si formarono nella Spagna, e celto - liguri nell'Italia di nord
- ovest e nell'Aquitania. La loro espansione nell'Italia settentrionale
li portò bruscamente a contatto con gli Etruschi e con
Roma.
Vi è tuttavia chi ritiene, come è spiegato anche
nel brano sull'arte celtica, che tale espansione sia stata in
effetti troppo rapida per spiegarsi solo in termini di invasioni
militari e di migrazioni di popoli, ma che molte popolazioni d'Europa
siano state "conquistate" dalla "moda" celtica,
che soprattutto la bellezza della loro produzione orafa avrebbe
affascinato l'elemento femminile di popolazioni diverse.
Il sesto brano racconta dell'espansione celtica nel Mediterraneo.
Discesi dall'Europa centrale lungo il bacino del Danubio, gruppi
di Celti giunsero in Asia Minore dove posero l'assedio a Pergamo.
Sconfitti dal re Attalo, si spostarono nel centro dell'Anatolia
dove occuparono la regione chiamata Galazia dal nome che i Greci
davano loro.
In Italia i Celti comparvero nel IV secolo avanti Cristo e, sconfitti
gli Etruschi sul Ticino, s'impadronirono della Pianura Padana
costringendoli a ritirarsi oltre l'Appennino. L'etrusca Felsina
divenne la celtica Bononia (dai Galli Boi), l'odierna Bologna.
Nel 390 a. C. i Galli di Brenno raggiunsero Roma prendendola di
sorpresa, fino a quando non furono cacciati dalla rivolta guidata
da Camillo.
Come spiega il settimo brano "Dove si racconta del terrore
suscitato dai Celti e dell'espansione romana nella Gallia Cisalpina",
da allora fino alla conclusione della storia celtica, Galli e
Romani furono nemici mortali. Il mito della ferocia battagliera
dei Celti era tale che, quando alla metà del II secolo
a. C. i germani Cimbri e Teutoni irruppero in Provenza, furono
presi per Galli. Nel 295 e nel 258 a. C. i Romani infersero ai
Galli le sconfitte di Sentino e di Rimini. Nel 222 i Romani strapparono
ai Galli la Lombardia con la vittoria di Clastidium (oggi Casteggio
- Pavia). Per un momento l'impresa di Annibale nel corso della
seconda guerra punica rimise in questione il controllo romano
della Gallia Cisalpina, perché i Galli si unirono in massa
al condottiero cartaginese, ma Roma riuscì a ristabilire
la situazione grazie soprattutto all'aiuto dei Veneti.
Sconfitto Annibale e soggiogata definitivamente la Gallia Cisalpina,
i Romani non si fermarono di certo al crinale delle Alpi, come
ci racconta l'ottavo brano che parla della "Sconfitta dei
Celti nella Gallia Transalpina ed in Britannia". La prima
conquista romana nella Gallia Transalpina fu la Provenza, assoggettata
per collegare l'Italia al dominio della Penisola Iberica passato
a Roma dai Cartaginesi. La conquista della Gallia fu compiuta
da Cesare, ed è ben noto l'episodio culminante di quella
campagna, l'assedio di Alesia e l'eroica resistenza di Vercingetorige.
Cesare compì anche una prima spedizione in Britannia. Sotto
Augusto sarà conquistata la Pannonia, corrispondente all'odierna
Ungheria, anch'essa nell'antichità abitata da popolazioni
celtiche. Sotto Claudio sarà conquistata la Britannia.
Popolazioni celtiche libere nell'Europa continentale vivevano
ancora nella Dacia che fu sottomessa sotto Traiano.
La cultura celtica originaria sopravvisse intatta fino all'avvento
del cristianesimo solo in Scozia ed in Irlanda, ma nel V secolo
dopo Cristo i Celti della Britannia pressati dalle invasioni anglosassoni,
ebbero ancora la forza di tornare ad occupare la Gallia continentale,
dove costituirono gli insediamenti di Bretagna e di Armorica.
Nel nono brano si racconta dei Celti nel Friuli, a Trieste e nell'Istria.
La popolazione più rappresentativa nell'alto Adriatico
in età preromana erano i Veneti, già allora certamente
civili, grazie anche all'influenza delle città greche di
Adria e di Spina; costoro parlavano, sembra, una lingua molto
simile a quella latina. Furono i Veneti all'epoca della seconda
guerra punica a salvare le posizioni romane nell'Italia settentrionale
compromesse dalla rivolta gallica, e prima ancora, all'epoca di
Camillo, sembra che Brenno si ritirasse da Roma soprattutto perché
teneva di essere preso alle spalle dai Veneti.
Tuttavia Strabone ci informa che nei tempi immediatamente precedenti
la conquista romana, i Galli cisalpini avevano ormai assimilato
la civiltà dei loro vicini e non si distinguevano da loro
che per la lingua. Questo è confermato dai rinvenimenti
archeologici in età moderna che hanno evidenziato insediamenti
celtici adiacenti a quelli veneti, ed è probabile che fra
gli uni e gli altri vi fosse una fitta rete di scambi.
La colonizzazione celtica dell'arco alpino orientale non è
però addebitabile ai Celti padani, ma a popolazioni transalpine:
Norici, Taurisci e Carni. Questi ultimi erano insediati lungo
un arco che andava dal Friuli settentrionale all'interno dell'Istria.
Trieste, città dal nome forse celtico, forse veneto, cui
si attribuisce il significato di "mercato", era un punto
d'incontro e di scambi fra gli uni e gli altri. Importanti centri
celtici in regione furono anche Iulium Carnicum (Zuglio) ed Aquileia,
la cui prosperità economica testimonia la collaborazione
fra l'elemento romano e quello indigeno, veneto e celtico.
Il decimo è il secondo dei due brani musicali di cui ho
parlato sopra. L'undicesimo ed ultimo brano del CD, Dove si riflette
sulla vera eredità dei Celti, a quanto si arguisce dal
booklet, è opera del solo Maestro Lovisoni, ed il pur competentissimo
Prenc non deve avervi messo mano; tuttavia le considerazioni qui
esposte, e dettate chiaramente dalla sua sensibilità artistica
hanno, a mio parere, pieno riscontro storico. I Celti non ci hanno
lasciato come altri popoli, grandi monumenti nel campo dell'architettura,
dell'urbanistica, delle arti figurative, né istituzioni
giuridiche ed amministrative come i Romani, né un articolato
sistema di pensiero filosofico come i Greci; tuttavia ci hanno
lasciato un'eredità ancora più forte, più
tenace e in definitiva più importante: la loro tradizione
nel campo dell'immaginario. Le creature della mitologia e del
folklore celtici: elfi, nani, orchi, troll, conoscono oggi uno
straordinario risveglio grazie al successo delle opere di uno
scrittore che ha saputo farne gli elementi di una nuova cosmogonia
e mitologia letteraria: John R. R. Tolkien (ed anche alla recentissima
trasposizione cinematografica del suo capolavoro, Il Signore degli
Anelli). Questo successo, secondo il Maestro Lovisoni, ma è
difficile non essere d'accordo con lui, non è interpretabile
semplicemente come una moda, e nemmeno il fatto che Tolkien sia
un autore anglosassone (ma non americano!) è poi così
determinante: l'entusiasmo che questa creazione letteraria ha
sollevato in migliaia di persone un po' ovunque nel mondo occidentale
si spiega per il fatto che le radici mitologiche su cui si sorregge
quest'opera sono le stesse che si ramificano dentro ciascuno di
noi, le nostre radici celtiche che condividiamo con quasi ogni
uomo di origine europea della cultura occidentale; la prova evidente,
se vogliamo, che l'eredità celtica è ancora gran
parte di noi stessi.