Testi sui Celti editi nel Friuli Venezia Giulia

KURM
Ipotesi e riscontri sulla presenza dei Celti e di altre popolazioni preromane nella Bassa Friulana
Autori Vari, a cura di Roberto Tirelli, con presentazione di Gianfranco Ellero.
Associazione Culturale "La Bassa", Latisana, giugno 2002.

Recensione di Fabio Calabrese

La protostoria del Friuli ha una netta - anche se non esclusiva - impronta celtica, questo è un fatto assodato da testimonianze archeologiche, linguistiche, riferimenti degli autori classici, tuttavia esiste una differenza fra la parte montana, settentrionale del Friuli, la regione carnica, e la pianura meridionale. Dal punto di vista geomorfologico, il Friuli è distinto in queste due parti in maniera piuttosto netta dalla linea dei fontanili o delle risorgive, ossia gli affioramenti di sorgenti che di diffondono nella pianura emergendo dalle propaggini dell'arco alpino. Nel linguaggio locale, la pianura friulana, estrema propaggine orientale della pianura padano - veneta, è detta la Bassa, contrapposta alla Carnia montana.
Nella Bassa friulana le testimonianze archeologiche della presenza celtica sono molto più scarse di quanto non avvenga nell'area carnica; ciò, con ogni probabilità non è dovuto al fatto che la presenza celtica in questa regione fosse meno marcata in età preromana rispetto alla sovrastante area montana e collinare, ma al fatto che le successive invasioni, colonizzazioni, sovrapposizioni hanno in modo molto più massiccio cancellato le tracce degli insediamenti più antichi.
Su questa presenza per certi versi elusiva, si propone di fare il punto questo volume edito dall'Associazione Culturale "La Bassa" con il patrocinio della Regione Friuli Venezia Giulia, e che in 310 pagine di grande formato raccoglie 15 saggi di 13 autori (Roberto Tirelli che è anche il curatore del volume, è presente con tre scritti), ma naturalmente l'aspetto quantitativo, che pure presuppone uno sforzo editoriale notevole, è secondario rispetto a quello qualitativo.
L'Associazione, inoltre, è il caso di ricordare che edita da anni una rivista, "La Bassa", dedita allo studio della cultura del basso Friuli nei suoi aspetti antropologici, storici e letterari, ed ha al suo attivo la pubblicazione di una cinquantina di titoli in volume, soprattutto di storia locale.
Il titolo del volume richiede qualche parola di spiegazione: "Kurm" o "Curm" in celtico indicava una regione acquitrinosa; la zona della Bassa è, grazie al fenomeno delle risorgive, assai ricca di acque, fiumi che in passato davano facilmente luogo ad acquitrini. Avvicinandosi alla costa, si passa quasi senza soluzione di continuità alle lagune salmastre di Marano e Grado, ed è fondata l'ipotesi che in età celtica Kurm fosse appunto il nome con il quale la Bassa stessa era indicata dai suoi abitanti. Da "Curm" deriva "Cormor", che significa fiume che ha la tendenza ad impaludarsi, e Cormor si chiama ancora oggi il fiume di Udine.
(A questo riguardo, vorrei fare una nota a margine: è possibile che il nome dei cormorani, gli uccelli acquatici, frequentatori di zone lagunari, derivi appunto da Cormor; l'altro nome con cui essi sono indicati, marangoni, nei dialetti veneti e friulani ha assunto anche il significato di carpentiere, (e "Marangoni" e "Marangon" si trovano con una certa frequenza dalle nostre parti come cognomi); questo traslato è avvenuto in età medievale, quando i carpentieri che lavoravano nell'Arzanà, l'Arsenale di Venezia furono soprannominati marangoni per l'abilità di trattenersi sott'acqua, simile a quella dell'uccello pescatore, per compiere lavori in apnea sotto la chiglia delle navi; ciò dimostrerebbe che osservare questi uccelli acquatici era un tempo nelle nostre zone cosa comune).
A parte la nota introduttiva di Alessandra Guerra, assessore alla cultura della regione Friuli Venezia Giulia, e già presidente della Regione stessa, dove però non manca qualche interessante osservazione come questa:
"La presenza della cultura celtica nel territorio è qui documentata da puntuali riscontri obiettivi che vanno dall'analisi delle fonti storiche. Alle ricerche archeologiche e linguistiche eseguite sul campo…i molteplici argomenti trattati…scandagliano l'ambiente naturale, le religioni preromane, l'eredità culturale della civilizzazione celtica", il libro si apre con un'ampia presentazione di Gianfranco Ellero: Alla ricerca dei Celti perduti, che non è meramente ornamentale/celebrativa, ma introduce immediatamente nel vivo della questione: la storia ufficiale del Friuli Venezia Giulia inizia, secondo quanto riferisce Tito Livio, nel 181 avanti Cristo, quando lo stato romano decide la fondazione di Aquileia allo scopo di contrastare un'infiltrazione di Celti Transalpini che si sarebbero insediati nel luogo dove oggi sorge Medea. I dati rilevanti che emergono dalla narrazione liviana sono due; il primo, il fatto che la colonia porta appunto il nome di Aquileia, che è un etimo celtico, e questo fa supporre che la colonia non sia stata "fondata" ma "dedotta" in un luogo già abitato da Celti Cisalpini (i Romani distinguevano tra "condere", "fondare" una colonia, quando i coloni erano inviati in un luogo disabitato, e "deducere", quando invece essi erano mandati dove vi era una popolazione preesistente allo scopo di controllarla e progressivamente assimilarla nel sistema romano); il secondo indizio, il fatto che Livio parla della zona dove è destinata a sorgere Aquileia come di "Carnia", il che fa supporre una Carnia molto più estesa dell'attuale, comprendente in pratica tutto il Friuli fino alla costa. L'autore evidenzia che per i Romani le denominazioni geografiche avevano un significato strettamente etnico, era sempre la popolazione a dare nome al territorio, mai il contrario, la Carnia era, fuori di discussione, il territorio dei Galli Carni, quindi, o pressoché tutto il Friuli preromano era celtico, oppure i Galli Carni non erano Celti, cosa che appare francamente inverosimile. Sono poi di grande interesse nell'ambito di questo articolo le riflessioni sui dati linguistici: etimi individuabili con certezza come celtici, nel friulano ce ne sono pochi, ma il friulano come linguaggio ha caratteristiche che lo distinguono nettamente dai dialetti veneti ed italici e lo riconnettono al francese; ricondurre queste ultime al sostrato celtico comune alla parlata friulana ed alla lingua d'oltralpe, non sarà impresa troppo azzardata.
Non cercherò di riassumere lo scritto seguente, Ipotesi e riscontri di Roberto Tirelli, un vero e proprio saggio di 22 pagine che è un'ampia introduzione al mondo celtico nei suoi aspetti storici ed archeologici, ripercorre le fasi dell'espansione dei Celti in Europa ed in Asia Minore ed il loro declino. Mi limito perciò ad evidenziare di questo scritto un paio di elementi importanti per la storia del Friuli celtico: il primo è che, come Ellero, anche Tirelli ribadisce che gli autori classici attestano la presenza celtica nell'area friulana:
"Il famoso "Periplo di Silace", (viaggiatore e geografo greco 522-485 a.C.) attesta la presenza di indigeni di lingua celtica insediati nell'est italico già dal VI secolo e descrive le tribù celtiche presenti sulla costa adriatica a contatto con i Veneti" (pag. 21).
Il secondo punto, è che pare si debbano ai Celti l'introduzione del cavallo da tiro e del carro, nonché dell'agricoltura nella pianura friulana.
"La più evidente e conosciuta conquista dei Celti è stato l'uso del cavallo (capall-cjaval) e del carro (kar-cjar). Lo sfruttamento dell'energia animale è, già di per sé, una rivoluzione: l'uso come cavalcatura o come traino dell'aratro, fa compiere un bel salto di civiltà. Ancor più il carro da battaglia contribuisce alle fortune militari dei popoli del nord" (pag. 24).
Si noti che le forme friulane sono pressoché identiche a quelle celtiche; i due termini sarebbero poi passati nel latino popolare (dove caballus ha soppiantato equus), ed avrebbero dato origine alle corrispondenti parole italiane moderne. L'agricoltura praticata nel Friuli preromano sarebbe stata basata non su colture di tipo mediterraneo, ma su cereali in uso in terre più settentrionali, in particolare spelta e tritico, uguali a quanto avveniva nella cultura celtica transalpina di La Tene, a cui gli antichi agricoltori friulani erano collegati:
"Il periodo di La Tene nella pianura friulana corrisponde alla stanzialità, allo sviluppo dell'agricoltura. Le coltivazioni dei Celti e delle altre popolazioni preromane qui non erano quelle del bacino mediterraneo, ma piuttosto adatte ad un clima più freddo, come probabilmente si riscontrava nelle stagioni d'allora" (pag. 26).
Seguono Genesi del territorio di Avellino Masutto, una presentazione del Friuli dal punto di vista geologico, e Boschi, alberi, piante medicinali nella cultura celtica di Francesco Sguazzin, articoli sui quali non mi soffermo, il primo perché troppo specialistico e non collegato direttamente all'argomento Celti, il secondo perché, senza fare un particolare riferimento al Friuli, tratta di concezioni, di un tipo di rapporto fra uomo ed ambiente che dovrebbe già essere ben noto ai lettori di Bibrax.
Il saggio di Benvenuto Castellarin L'ipotesi celtica, una indagine sull'edito è il più vasto del volume se si prescinde dall'imponente lavoro conclusivo - quasi un libro nel libro - affidato a Fabio Prenc, 45 pagine, si tratta di una bibliografia ragionata, un lavoro compilativo, ma che riassume e fornisce una guida attraverso una mole di scritti che è enorme: si va dagli autori classici, Cesare, Tito Livio, Plinio il Vecchio, Strabone, agli studi moderni, italiani e stranieri, alle ricerche di storia locale, con l'indicazione ripartita in sezioni, degli studi sui siti archeologici in Italia (suddivisi per regioni: Friuli, Emilia Romagna, Lombardia, Veneto, Piemonte) e stranieri: Austria e Jugoslavia, alle ricerche specialistiche catalogate per argomenti: numismatica, storia, religione, arte, spiritualità, magia, medicina, esoterismo, folklore ed anche testi per l'infanzia, un lavoro davvero imponente.
Un lavoro poco meno imponente, ma che presuppone una ricerca bibliografica altrettanto estesa che completa quella di Castellarin, è Da Akileia alla foce tilaventina di Enrico Fantin (Akileia, ovviamente, è la grafia antica di Aquileia, che meglio consente di riconoscere l'origine celtica del toponimo, e la foce tilaventina è quella del fiume Tagliamento, che nel suo tratto superiore costituisce il confine fra le province di Udine e Pordenone, ed in quello inferiore il confine tra Veneto e Friuli). La ricerca bibliografica di Fantin è dedicata alle fonti locali, suddivise per comune, e comprende sia storie locali, sia singoli articoli sia cataloghi dei musei in riferimento al materiale archeologico, di cui è presentata una documentazione fotografica che consente un utile colpo d'occhio complessivo sulle testimonianze della presenza celtica emerse nella regione che restano elusive fino a quando sono considerate separatamente; un materiale molto vario, fra cui prevalgono fibule, spade, urne funerarie.
La presenza celtica in Friuli non sembra però essere stata uniforme né nello spazio né nel tempo; si possono riconoscere tre distinti elementi nel Friuli preromano: paleoveneto (identificato dalla cultura atestina, così detta da Este che fu il centro principale di quest'antica popolazione), il più antico, a cui si affiancano Veneti e Celti (fra i quali va distinto il ramo carnico e quello dei Celti transalpini immigrati attorno al 183 a C., immigrazione che provocò qualche anno dopo l'intervento romano e la fondazione di Aquileia), e non vanno dimenticati nemmeno i contatti con le popolazioni delle colonie greche insediate in alto Adriatico, Adria e Spina. Il Friuli sembra aver avuto fin dalle sue più remote origini il destino di essere una terra d'incontro, di scontro e di commistione fra le culture e le civiltà più diverse. Quest'ultimo è il tema dell'articolo di Maurizio Buora Incontro di diverse culture nella Bassa friulana.
Di grande interesse per comprendere il mondo spirituale degli antichi Celti, è l'articolo di Franca Mian Circa una più antica storia di Apollo "Carneo". Apollo Carnico o Carneo, la cui venerazione è attestata in età romana nella regione, non è altro che la romanizzazione di Belenus, dio celtico solare e patrono della medicina, personaggio di spicco del pantheon celtico i cui attributi, del resto, si accostano molto a quelli che la mitologia classica conferisce ad Apollo. Fin qui, non vi sarebbero problemi interpretativi particolari, semmai vi sarebbe da sottolineare il fatto che un rilievo del III secolo d.C. raffigura il dio dalla testa raggiata, protettore di Aquileia, combattere sugli spalti della città assediata da Massimino il Trace, eloquente testimonianza del sopravvivere della celticità al disotto della romanizzazione della regione, ma Franca Mian vuole introdurci alla storia più antica di questo dio, quella che non si può desumere dalle fonti ma si può ricostruire in via ipotetica.
Che in tutta l'area mediterranea, mediorientale, est europea si trovino divinità che, analogamente a Belenus e ad Apollo associano i concetti di medicina, guarigione e luce solare, non è cosa che possa stupire troppo: la preoccupazione per la salute è sempre stata una costante per tutti gli uomini di ogni luogo e di tutte le epoche, e gli antichi erano più consapevoli di noi della precarietà dell'esistenza, anche perché in genere conducevano una vita più dura della nostra, ed allora si presenta spontanea l'associazione fra la luce del sole, l'energia, la forza, la salute.
La cosa che però sorprende, è che divinità analoghe siano chiamate allo stesso modo in aree molto distanti: "Belenus" sembrerebbe avere la stessa radice di Bel - Baal, il suo equivalente fenicio e mediorientale. L'ipotesi della Mian è che ciò non sia una coincidenza. E' esistito tra mondo celtico e Medio Oriente un ponte oggi sommerso costituito dalle popolazioni indoeuropeo orientali, oggi ridotte all'India ed all'altopiano iranico, ma in età antica presenti con un gran numero di popoli: Sciti, Sarmati, Alani, dall'Adriatico all'Asia centrale, senza contare che gli stessi Celti si sono spinti fino all'Anatolia dove dal nome dato loro dai Greci (Galati) è derivato quello di una regione anatolica, la Galazia, ed i Fenici, a loro volta hanno insediato colonie nel Mediterraneo occidentale dove certamente entrarono in contatto con i Celti; una commistione culturale è dunque possibile, addirittura probabile.
Decisamente ad una dimensione più locale e regionale ci riporta l'articolo di Ermanno Dentesano Osservazioni sulla toponomastica preromana della Bassa friulana con particolare riguardo a quella celtica. L'aspetto forse più interessante di quest'ultimo pezzo è che, sebbene si muova in una dimensione dichiaratamente di toponomastica locale, l'analisi delle radici celtiche ci riporta sia alla toponomastica di tutta l'Italia settentrionale che conserva un'impronta celtica piuttosto evidente, sia a parole che sono entrate nell'uso della lingua italiana, il cui legame con il mondo celtico, per questo lato, non avremmo forse sospettato. Qualche esempio dei tanti che se ne potrebbero scegliere: Dur, in celtico "fiume", è alla base di molti toponimi friulani, ma anche dei nomi delle due Dora in Piemonte e della Dordogna in Francia; dalla forma thur viene il nome dei Taurini (come dire "Galli insediati sul fiume", ovviamente il Po), e della città fondata dai Romani sul loro territorio, Augusta Taurinorum, oggi Torino. Glem, altura, è alla base del nome di Gemona e di diverse altre località friulane, ma rimanda anche direttamente ai glen della Scozia. Lanum, etimo probabilmente latinizzato, che indica un terreno pianeggiante, una pianura, è alla base di diversi toponimi locali, ma oltre ad aver dato origine al germanico Land, a sua volta base di numerosissimi toponimi, prefissato da un mid-(medio-), è all'origine del nome della più grande città dell'Italia settentrionale, che significa "nel mezzo della pianura". Per quanto possa sembrare sorprendente, diverse parole celtiche sono passate quasi inalterate nel latino e poi nell'italiano; ho già citato "carro" e "cavallo", la stessa cosa avviene per caban, che oltre ad essere all'origine di diversi toponimi, è passata all'italiano con lo stesso significato che aveva presso i Celti, "capanna".
Il successivo articolo di Giuliano Bini, Alla ricerca dei Celti nel bacino del fiume Stella, ci riporta sul terreno dell'archeologia materiale. L'articolo è una relazione sui lavori di scavo condotti dal prof. Maurizio Buora (anch'egli uno degli autori presenti nel libro) responsabile per l'archeologia dei Civici Musei di Udine sull'area del fiume Stella. Per quest'area abbiamo testimonianze delle fonti classiche, (in particolare Tito Livio che transitò nella zona attraverso la via Annia) ma non evidenze archeologiche. Gli scavi del professor Buora hanno riguardato due strutture di epoca preromana che presentano somiglianze con i castellieri carsici e sono note come Castelir e Ciasteon. Lo scarso materiale emerso dagli scavi sembra tuttavia prevalentemente di fattura veneta piuttosto che celtica. "Sono materiali", dice l'autore, "che potrebbero indicare la presenza in loco nel periodo della colonizzazione romana, di elementi di cultura venetica, non però di popolazioni venetiche". In altre parole, potrebbe essere che Celti insediati nella zona abbiano fatto uso, soprattutto se si trattava di un piccolo avamposto, di vasi ed altri oggetti di uso comune acquistati o frutto di baratti con popolazioni venete circostanti, ma non siamo in grado di affermarlo con certezza.
Il successivo articolo di Roberto Tirelli è dedicato ai "sedimenti culturali". Più che in campo archeologico, i Celti hanno lasciato la loro impronta nel patrimonio culturale, nelle usanze, nelle tradizioni, nei riti stagionali, non solo del Friuli, ma si può dire di tutta Europa, basta pensare ai riti che quasi ovunque accompagnano Belthane/San Giovanni e Samhain/Ognissanti.
"Questa eredità , più che dalle rilevanze materiali viene vista sotto gli aspetti di una serie di affinità culturali fra il Friuli ed il nord Europa. In particolare ci si sofferma sul rituale dei fuochi epifanici (pignarul, pan e vin etc.) e sul lancio delle cidulis nelle vallate montane, sulla funzione lustrale dell'acqua, sulle leggende attorno al patrimonio naturale, i boschi certo, ma anche i fiori. L'albero del maggio, i mazzi di fiori simbolici sempre dei "mais", il mac di San Zuan per la festa di San Giovanni di mezza estate.
Tutto ciò che nel cristianesimo viene detto frutto della superstizione e della magia, l'astrologia, la divinazione, potrebbero essere davvero un sedimento celtico. C'è chi vede addirittura nel culto di alcuni santi come santa Colomba in Osoppo e san Giorgio un po' ovunque la condivisione di un patrimonio ben più ampio di quello che si possa constatare.
La notte di Ognissanti nella quale le credenze diffuse vogliono far riapparire le anime dei morti, la notte di Natale forse veglia fra la luce e il buio, la stessa notte di mezza estate sono fenomeni che sollecitano la curiosità circa la loro prima origine".
Segue ancora L'uomo e il territorio antico nel Veneto orientale di Franco Romanin, un'indagine sul Veneto orientale e sul Friuli che parte dalla formazione geologica di quest'angolo delle Alpi e della pianura Padana, che passa al popolamento della regione in età preromana: Paleoveneti (cultura atestina), Veneti ed infine Celti. L'insediamento celtico nella regione fu un evento complesso, articolato, che si compì a tappe successive ad opera di tribù diverse, che si fusero con le popolazioni preesistenti più spesso di quanto non le soppiantassero.
"E' opinione degli storici che i Gallo - Celti arrivarono in Italia in periodi diversi e ad ondate successive. Alcuni propendono la loro prima apparizione verso il 600-550 a.C.)
Diverse erano le tribù che costituivano l'entità del popolo celtico, formate da gente dedita al lavoro dei campi, alla lavorazione artigianale e da guerrieri. (…)
L'Italia settentrionale fu conquistata dai Celti, ma nella "Padania" non riuscirono mai a soppiantare i Veneti soprattutto nei territori compresi tra l'Adige, la Livenza e le Prealpi. Qui si integrarono con la popolazione del luogo fino all'arrivo dei Romani e alla completa romanizzazione della regione.
Una delle tribù celtiche che si spinse più ad est del Veneto, fu quella dei "Cenomani", tanto che verso il II secolo a.C. le differenze tra Cenomani e Veneti, in origine molto accentuate si appiattiscono e i primi "si venetizzano", come è stato documentato da ritrovamenti di oggetti, matrimoni misti e trasferimenti di clan familiari.
Tra il V e il III secolo a.C., mentre tribù di Norici, Taurisci ed Istri occupavano le regioni transalpine nordorientali, altre tribù di Celti, provenienti dall'Europa Centrale, occupavano la regione tra la Livenza e il Tagliamento, forse lasciata libera da Paleoveneti.
L'occupazione avvenne lentamente e a fasi successive, prima dalla montagna, poi dalla collina, per divenire stabile alla fine anche nella pianura, attestandosi alle spalle dei Veneti,
E certo che ad esempio, nell'agro concordiese non giunsero le stirpi galliche sopra menzionate, ma quasi sicuramente quella dei Carni (da qui il nome Carnia). Anche se, ancora una volta è incerta la data quando i Carni abbiano soppiantato i Veneti, o, come si suppone, si amalgamarono con essi in questa zona.
Si può dedurre verosimilmente che la discesa dei Carni in questo territorio ed il loro fermarsi stabilmente, sia avvenuto intorno al Il secolo a.C.
Ecco quindi che il confine politico ed etnico dei Carni con i Veneti era costituito dal fiume Livenza".
Torniamo di nuovo a considerare la prospettiva religiosa celtica e non solo celtica con il saggio La religiosità nel basso Friuli in epoca preromana e romana di Mario Giovanni Battista Altan.
L'ipotesi che l'autore ci presenta è davvero suggestiva: fra le forme di religiosità, spesso molto diverse le une dalle altre, del mondo antico, quella dei Celti era probabilmente la più adatta a sopravvivere sotto il velo di una cristianizzazione esteriore, infatti, il pantheon celtico conosceva una divinità principale - altrove Lug, nelle nostre zone Belenus - e numerose deità locali e tribali, oggetto di quelli che MGB Altan definisce "microculti". Il primo poteva facilmente assimilarsi al Dio cristiano, i secondi trasformarsi nei vari santi protettori e santi patroni. Sopravvissuta alla romanizzazione sotto forma di una miriade di culti locali, con il declino della religione classica imposta dallo stato romano, questa religiosità sarebbe riemersa in forme solo lievemente cristianizzate. Da qui verrebbe la sorprendente continuità di culti, riti, tradizioni, usanze, la stessa che Roberto Tirelli ha esaminato nell'articolo sui sedimenti culturali. Se quest'ipotesi fosse corretta, spiegherebbe molte cose nella storia non solo del Friuli ma dell'intera Europa. Un'altra ipotesi, non strettamente attinente la religione, presentata in quest'interessante articolo, riguarda i Galli Carni che furono i principali attori della colonizzazione celtica nella nostra regione: le concordanze etimologiche della toponomastica fanno supporre che dal nome dei Carni derivino sia quello della regione austriaca della Carinzia, sia quello della Carniola, regione storica coincidente grosso modo con l'attuale Slovenia, regioni che, come la nostra Carnia, appunto dai Carni sarebbero state anticamente abitate: essi erano allora probabilmente una popolazione che occupava un'area molto più vasta di quanto ordinariamente si suppone: tutta l'area orientale delle Alpi, al di là ed al di qua del crinale montano.
Il compito di riassumere un po' tutti i contenuti del volume oltre ai risultati di un ventennio di ricerche archeologiche in Friuli, è stato affidato a Fabio Prenc, il cui ampio saggio, All'ombra dei Veneti, dei Celti, dei Romani, occupa un'ottantina di pagine, compresa una nutritissima bibliografia.
Il saggio, presentato come una passeggiata archeologica lungo l'antica via Annia tra le antiche stazioni di posta romane di Ad Undecimum e Ad Paciliam, approssimativamente il tratto Fra San Giorgio di Nogaro e Aquileia, è quasi impossibile da riassumere, anche perché sintetizza, in una relazione molto dettagliata, i progressi dell'archeologia regionale che in questo campo soprattutto nell'ultimo quindicennio sono stati enormi.
Come commenta lo stesso autore:
"Certamente nel Basso Friuli tanto è stato fatto; infatti in un territorio dove fino al 1987 erano note solo una quarantina di aree archeologiche le tre campagne di ricognizione condotte dal 1988 al 1993 (le prime due in compagnia di Paola Maggi, la terza da solo) hanno portato alla schedatura di circa 200 siti e all'inventariazione di oltre 4.000 oggetti, realizzata con l'apporto scientifico di Anna Buiatti e Cristina Gomezel".
Anche se non manca di precisare che resta ancora moltissimo da fare, proprio per arrivare ad una comprensione completa di questo materiale.
Non vorrei entrare qui in un'analisi in dettaglio di questo interessantissimo saggio, anche perché comporterebbe in buona sostanza una ripetizione delle cose già dette dagli autori precedentemente citati, ma Prenc cerca di dare una risposta ad una domanda che non si può lasciar cadere nel vuoto: che fine hanno fatto i Celti? Le testimonianze archeologiche attestano la loro presenza fino alla romanizzazione, dopo di che scompaiono.
Prenc risponde citando un altro autore del volume, Maurizio Buora:
"I Celti ci saranno stati certamente, anche [in età romana], ma il fatto che si vestissero da Romani, mangiassero da Romani, vivessero insomma come Romani, ci impedisce di riconoscere il loro esser Celti".
Le testimonianze archeologiche cessano, ma non cessano le tracce nella toponomastica e nell'eredità linguistica in genere, né nei riti, nelle usanze, nelle tradizioni. Non penso sia azzardato dire che i Celti sono ancora con noi, siamo ancora noi, almeno in parte, perché non è certamente il caso di negare che in noi stessi quali siamo oggi, la radice celtica si mescola a quella latina e ad altre ancora, longobarda e via dicendo. Noi siamo Celti e latini, Italiani ed Europei, e se mi è consentito esprimere un giudizio personale, abbiamo il diritto ed il dovere di riscoprire e valorizzare, di rivendicare ogni parte della nostra eredità e della nostra identità, tanto più oggi, in un mondo che tende al livellamento ed al depauperamento dei popoli e delle culture, ad un appiattimento in cui potrebbe non restare all'umanità alcun altro ruolo e significato se non quello di anonimi consumatori del mercato mondiale.
Questo libro, di grandissimo interesse, non dovrebbe mancare né nella biblioteca di chi si interessa di cultura, archeologia e storia celtica, né degli appassionati di storia regionale friulana, tuttavia è quasi impossibile trovarlo nelle librerie, e fuori regione la cosa è senz'altro impossibile.
Per questo motivo, consiglio tutti coloro che siano interessati di rivolgersi direttamente all'Associazione Culturale "La Bassa", via A. Manzoni 48 - 33035 Latisana (Ud).


Raul Lovisoni: I Celti nell'alto Adriatico
(CD Rom edizioni Age of Vitrae)

Recensione di Fabio Calabrese

Vi ho già parlato su queste pagine del convegno "I Celti nell'alto Adriatico" organizzato a Trieste dal Circolo Jacques Maritain dal 5 al 7 aprile 2001 presso la Scuola Interpreti dell'Università degli Studi di Trieste.
E' poi seguita la pubblicazione degli atti di questo convegno, solo che questi "atti" hanno assunto una forma insolita ed accattivante, infatti, nell'intento di parlare un linguaggio accessibile soprattutto ad un pubblico giovanile (che pare ormai disavvezzato a trascorrere soverchio tempo sulle pagine stampate), essi sono divenuti un CD Rom, un "libro sonoro" la cui realizzazione è stata curata dal maestro Raul Lovisoni che è riuscito, a mio avviso a realizzare un lavoro di notevole pregio dove, con l'ausilio di una musica sapientemente evocativa, si fondono potenza suggestiva e rigore scientifico.
Un piccolo documento a sé stante e non privo d'interesse, è costituito dal booklet che accompagna il CD, e che porta come epigrafe queste parole di Massimo Scaligero sulle quali vi invito a riflettere: "Vi è qualcosa al di sopra della cronaca, che è la storia, ma v'è qualcosa superiore alla storia, che è la leggenda". (Anche se per la verità avrebbe potuto aggiungere che vi è ancora un gradino superiore alla leggenda, rappresentato dal mito, ma non sottilizziamo).
Leggiamo dal booklet del CD, che è davvero illuminante: "Conoscere la storia di un popolo leggendario e coglierne le trasformazioni nel tempo (…) Nel ripercorrere gli avvenimenti più significativi e le saghe di questi popoli, il maestro Raul Lovisoni ha usato il linguaggio evocativo del sogno, le suggestioni di lontane cornamuse ed il palpitare oscuro di tamburi che seguono il ritmo del cuore in noi stessi. Eppure, malgrado questa valenza epica, il racconto ad un certo punto trova il filo rosso della Storia".
Claudio Grizon, assessore alla cultura della Provincia di Trieste.
"In questi anni abbiamo assistito ad una semplificazione della mitologia celtica. Ricondurre ad un maggiore rigore storico lo studio documentato e razionale la presenza dei Celti nel nostro territorio (…) [ci] è sembrato un impegno importante. Altrettanto importante era però trovare uno strumento col quale trasmettere questa esperienza ai più giovani. Il connubio tra musica e storia (…) sarà sicuramente vincente".
Rossana Poletti del circolo Jacques Maritain.
Nonostante il titolo, i testi contenuti nel CD (nove più due brani solamente strumentali) non si limitano a trattare solo dei Celti nell'alto Adriatico, ma ripercorrono in una vasta panoramica la storia complessiva dei Celti, la loro cultura, i loro miti, la loro arte.
Nella nostra epoca, giustamente ci lamentiamo del fatto che arte e scienza hanno preso due cammini del tutto separati e talvolta contrapposti, del muro che si è creato fra cultura umanistica artistico - letteraria e cultura scientifica; bene, questo CD è anche una porta aperta in questo muro, essendo basato sulla stretta collaborazione fra un musicista, il Maestro Lovisoni, ed un archeologo, Fabio Prenc, che ha curato i testi del "libro sonoro" per la parte storica. Fabio Prenc l'abbiamo già incontrato come uno degli autori che compaiono nel volume Kurm, edito dall'associazione "La Bassa" di Latisana; ricordiamo anzi che è l'autore del saggio conclusivo e riassuntivo del volume curato da Roberto Tirelli, un corposo documento di un'ottantina di pagine che potrebbe ben figurare come testo a sé stante che fa il punto in maniera davvero esaustiva sulla presenza dei Celti nel basso Friuli, ed è probabilmente una delle persone più qualificate per un lavoro come questo.
Occorre dire anche che il Maestro Lovisoni, per la parte propriamente artistico - musicale non ha voluto lanciarsi nell'avventura di una rilettura esclusivamente personale dell'epos musicale celtico, ma si è avvalso della collaborazione di un autore di musica celtica contemporanea, l'irlandese Nicholas Kelly; nel CD sono inseriti i brani originali di Kelly Cliffs of Moher, White Princess e Orange Princess.
La voce narrante che riesce a dare ai testi una forte carica di suggestività, è quella dell'attrice Carla Lugli.
Diamo ora una sintetica occhiata ai testi che compongono il CD. Il primo brano, Dove viene evocata la terra degli eroi, è una citazione dal libro di Renzo Arcon Di Artù e della Tavola Rotonda (ed. Il Cinabro) che ci permette di iniziare subito con un'immersione nell'animo di un guerriero celtico che, nell'imminenza della battaglia intravede (contempla? immagina?) nel cielo, fra le nubi le ombre degli antenati, dei grandi guerrieri della tribù dei tempi andati che, anche se non possono prestare aiuto materialmente, impediscono di sentirsi soli, fanno capire di essere parte di una continuità che trascende i limiti dell'esistenza individuale. Una grande lezione per l'uomo moderno, scisso da se stesso perché scisso dalla propria storia, che finisce per sentirsi sempre più frammentato e sempre più povero.
I due brani strumentali sono il secondo ed il decimo della raccolta; in entrambi "la musica celebra la gloria dei popoli celtici", nel primo dei due è il suono dell'arpa a farlo, nel secondo il suono di arpa, flauto e tamburo, che appunto costituivano la triade degli strumenti celtici. Sappiamo, e il CD non poteva non evidenziarlo, che la musica aveva per i Celti un'importanza grandissima, en passant, il primo brano, quello tratto dal libro di Renzo Arcon, espone anche la concezione dell'uomo musicale: per i Celti l'arpa equivaleva ai nervi ed il flauto alla spina dorsale dell'uomo, mentre il rullo del tamburo era il battere stesso del cuore; da qui il valore sacro che per loro aveva la musica.
Il terzo brano parla delle ignote origini dei Celti, che fanno la loro prima comparsa nel V secolo avanti Cristo. Le origini dei Celti sono appunto ignote nel senso che venticinque secoli prima della nostra era la civiltà celtica fa la sua comparsa improvvisa, già estesa su di un'area molto ampia comprendente le Gallie, la Britannia, la Penisola Iberica, il centro dell'Europa.
Temuti dai Greci e dai Romani, i Celti furono dopo la loro sconfitta, fonte inesauribile di fascino, grazie soprattutto alle potenti creazioni mitologiche. Quella celtica è la prima civiltà interamente europea, sviluppatasi lontano dalle influenze mediterraneo - mediorientali che contribuirono a plasmare le culture greca, etrusca, latina. Il quarto brano si occupa dell'arte celtica, anzi, come evidenzia fin dal titolo, della bellezza dell'arte celtica. I Celti non hanno lasciato capolavori architettonici, a parte gli enigmatici megaliti, né grandi opere nella statuaria o nella pittura: il grande senso estetico dei Celti eccelse soprattutto nell'oreficeria, nella produzione di monili di squisita fattura il cui gusto incanta ancora oggi, nella decorazione fatta di minuti intrecci di motivi ricorrenti: figure zoomorfe (più raramente antropomorfe), vegetali, gli elaborati e complessi nodi. Motivi ricorrenti che creano quello che si può considerare un vero e proprio stile celtico. Cosa rara nell'antichità, nella quale ogni cultura ed ogni popolazione avevano i propri moduli stilistici, lo stile celtico piacque e si diffuse pressi popolazioni diverse diventando una vera moda. Questo complica la vita degli archeologi, perché non sempre il ritrovamento di manufatti di stile celtico significa la presenza di popolazioni celtiche, ma - come dire - è il prezzo del successo, il prezzo soprattutto di un'arte di grandissima pregevolezza estetica.
Nel quinto brano si racconta dei Druidi, degli dei e delle stagioni celtiche. Plinio ricollega la parola "druido" al greco druos, quercia; il termine pare appropriato per descrivere una sapienza legata alle foreste ed alle forze della natura. I templi dei druidi erano all'aperto, nelle foreste, ornati di semplici arredi di legno e di ex voto, soprattutto armi.
Le divinità celtiche costituivano un pantheon molto vario e con notevoli differenze locali. Nell'alto Adriatico fino all'età romana era particolarmente venerato il dio Belenus. Gli imperatori Augusto e Claudio adottarono un particolare impegno nello sradicare nelle Gallie la religione druidica cui s'imputavano pratiche crudeli come i sacrifici umani, ma che rappresentava anche un modo di essere ed una tradizione culturale non assimilabili alla compagine imperiale.
I Celti conobbero alla metà del I millennio avanti Cristo una rapida espansione che li portò a mescolarsi con le popolazioni di una vasta fascia dell'Europa, od a sostituirsi ad esse. Popolazioni e culture celtibere (celtiche + iberiche) si formarono nella Spagna, e celto - liguri nell'Italia di nord - ovest e nell'Aquitania. La loro espansione nell'Italia settentrionale li portò bruscamente a contatto con gli Etruschi e con Roma.
Vi è tuttavia chi ritiene, come è spiegato anche nel brano sull'arte celtica, che tale espansione sia stata in effetti troppo rapida per spiegarsi solo in termini di invasioni militari e di migrazioni di popoli, ma che molte popolazioni d'Europa siano state "conquistate" dalla "moda" celtica, che soprattutto la bellezza della loro produzione orafa avrebbe affascinato l'elemento femminile di popolazioni diverse.
Il sesto brano racconta dell'espansione celtica nel Mediterraneo. Discesi dall'Europa centrale lungo il bacino del Danubio, gruppi di Celti giunsero in Asia Minore dove posero l'assedio a Pergamo. Sconfitti dal re Attalo, si spostarono nel centro dell'Anatolia dove occuparono la regione chiamata Galazia dal nome che i Greci davano loro.
In Italia i Celti comparvero nel IV secolo avanti Cristo e, sconfitti gli Etruschi sul Ticino, s'impadronirono della Pianura Padana costringendoli a ritirarsi oltre l'Appennino. L'etrusca Felsina divenne la celtica Bononia (dai Galli Boi), l'odierna Bologna. Nel 390 a. C. i Galli di Brenno raggiunsero Roma prendendola di sorpresa, fino a quando non furono cacciati dalla rivolta guidata da Camillo.
Come spiega il settimo brano "Dove si racconta del terrore suscitato dai Celti e dell'espansione romana nella Gallia Cisalpina", da allora fino alla conclusione della storia celtica, Galli e Romani furono nemici mortali. Il mito della ferocia battagliera dei Celti era tale che, quando alla metà del II secolo a. C. i germani Cimbri e Teutoni irruppero in Provenza, furono presi per Galli. Nel 295 e nel 258 a. C. i Romani infersero ai Galli le sconfitte di Sentino e di Rimini. Nel 222 i Romani strapparono ai Galli la Lombardia con la vittoria di Clastidium (oggi Casteggio - Pavia). Per un momento l'impresa di Annibale nel corso della seconda guerra punica rimise in questione il controllo romano della Gallia Cisalpina, perché i Galli si unirono in massa al condottiero cartaginese, ma Roma riuscì a ristabilire la situazione grazie soprattutto all'aiuto dei Veneti.
Sconfitto Annibale e soggiogata definitivamente la Gallia Cisalpina, i Romani non si fermarono di certo al crinale delle Alpi, come ci racconta l'ottavo brano che parla della "Sconfitta dei Celti nella Gallia Transalpina ed in Britannia". La prima conquista romana nella Gallia Transalpina fu la Provenza, assoggettata per collegare l'Italia al dominio della Penisola Iberica passato a Roma dai Cartaginesi. La conquista della Gallia fu compiuta da Cesare, ed è ben noto l'episodio culminante di quella campagna, l'assedio di Alesia e l'eroica resistenza di Vercingetorige. Cesare compì anche una prima spedizione in Britannia. Sotto Augusto sarà conquistata la Pannonia, corrispondente all'odierna Ungheria, anch'essa nell'antichità abitata da popolazioni celtiche. Sotto Claudio sarà conquistata la Britannia. Popolazioni celtiche libere nell'Europa continentale vivevano ancora nella Dacia che fu sottomessa sotto Traiano.
La cultura celtica originaria sopravvisse intatta fino all'avvento del cristianesimo solo in Scozia ed in Irlanda, ma nel V secolo dopo Cristo i Celti della Britannia pressati dalle invasioni anglosassoni, ebbero ancora la forza di tornare ad occupare la Gallia continentale, dove costituirono gli insediamenti di Bretagna e di Armorica.
Nel nono brano si racconta dei Celti nel Friuli, a Trieste e nell'Istria. La popolazione più rappresentativa nell'alto Adriatico in età preromana erano i Veneti, già allora certamente civili, grazie anche all'influenza delle città greche di Adria e di Spina; costoro parlavano, sembra, una lingua molto simile a quella latina. Furono i Veneti all'epoca della seconda guerra punica a salvare le posizioni romane nell'Italia settentrionale compromesse dalla rivolta gallica, e prima ancora, all'epoca di Camillo, sembra che Brenno si ritirasse da Roma soprattutto perché teneva di essere preso alle spalle dai Veneti.
Tuttavia Strabone ci informa che nei tempi immediatamente precedenti la conquista romana, i Galli cisalpini avevano ormai assimilato la civiltà dei loro vicini e non si distinguevano da loro che per la lingua. Questo è confermato dai rinvenimenti archeologici in età moderna che hanno evidenziato insediamenti celtici adiacenti a quelli veneti, ed è probabile che fra gli uni e gli altri vi fosse una fitta rete di scambi.
La colonizzazione celtica dell'arco alpino orientale non è però addebitabile ai Celti padani, ma a popolazioni transalpine: Norici, Taurisci e Carni. Questi ultimi erano insediati lungo un arco che andava dal Friuli settentrionale all'interno dell'Istria. Trieste, città dal nome forse celtico, forse veneto, cui si attribuisce il significato di "mercato", era un punto d'incontro e di scambi fra gli uni e gli altri. Importanti centri celtici in regione furono anche Iulium Carnicum (Zuglio) ed Aquileia, la cui prosperità economica testimonia la collaborazione fra l'elemento romano e quello indigeno, veneto e celtico.
Il decimo è il secondo dei due brani musicali di cui ho parlato sopra. L'undicesimo ed ultimo brano del CD, Dove si riflette sulla vera eredità dei Celti, a quanto si arguisce dal booklet, è opera del solo Maestro Lovisoni, ed il pur competentissimo Prenc non deve avervi messo mano; tuttavia le considerazioni qui esposte, e dettate chiaramente dalla sua sensibilità artistica hanno, a mio parere, pieno riscontro storico. I Celti non ci hanno lasciato come altri popoli, grandi monumenti nel campo dell'architettura, dell'urbanistica, delle arti figurative, né istituzioni giuridiche ed amministrative come i Romani, né un articolato sistema di pensiero filosofico come i Greci; tuttavia ci hanno lasciato un'eredità ancora più forte, più tenace e in definitiva più importante: la loro tradizione nel campo dell'immaginario. Le creature della mitologia e del folklore celtici: elfi, nani, orchi, troll, conoscono oggi uno straordinario risveglio grazie al successo delle opere di uno scrittore che ha saputo farne gli elementi di una nuova cosmogonia e mitologia letteraria: John R. R. Tolkien (ed anche alla recentissima trasposizione cinematografica del suo capolavoro, Il Signore degli Anelli). Questo successo, secondo il Maestro Lovisoni, ma è difficile non essere d'accordo con lui, non è interpretabile semplicemente come una moda, e nemmeno il fatto che Tolkien sia un autore anglosassone (ma non americano!) è poi così determinante: l'entusiasmo che questa creazione letteraria ha sollevato in migliaia di persone un po' ovunque nel mondo occidentale si spiega per il fatto che le radici mitologiche su cui si sorregge quest'opera sono le stesse che si ramificano dentro ciascuno di noi, le nostre radici celtiche che condividiamo con quasi ogni uomo di origine europea della cultura occidentale; la prova evidente, se vogliamo, che l'eredità celtica è ancora gran parte di noi stessi.