Gli
Ogam. Antico alfabeto dei Celti.
di
Elena Percivaldi

Presentazione
di Elena Percivaldi
«Non
ritengono opportuno trascrivere i loro sacri precetti. Invece
per gli altri affari sia pubblici sia privati fanno uso dellalfabeto
greco». Questo, secondo il noto resoconto di Cesare, il
rapporto tra i Celti e la scrittura: praticamente inesistente.
I dati archeologici concordano con quanto detto dallautore
del De Bello Gallico: relativi alla civiltà celtica nella
fase antica sono giunti fino a noi pochi documenti scritti, la
maggior parte dei quali sono iscrizioni su pietra, metallo, ceramica
e altro materiale duso quotidiano. Nessun trattato religioso.
Nessuna raccolta giuridica, nessuna opera letteraria o poetica.
Nemmeno un manuale pratico. Perché?
E
noto che, presso i Celti, gli unici e soli depositari della sapienza
erano i druidi, cioè i membri della casta sacerdotale,
separati nella società dalla classe dei cavalieri, dediti
alla guerra.
Oltre
ad espletare le ritualità religiose, i druidi conoscevano
le erbe, gli astri e le forze della natura, e sapevano dominarle.
Ricorda Cesare che essi «si interessano al culto, provvedono
ai sacrifici pubblici e privati, interpretano le cose attinenti
alla religione: presso di loro si raduna un gran numero di giovani
ed essi sono tenuti in grande considerazione». Decidevano
inoltre in quasi tutte le controversie pubbliche e private, stabilivano
pene e risarcimenti ed erano responsabili dell'educazione dei
giovani, a cui erano insegnate «molte questioni sugli astri
e sui loro movimenti, sulla grandezza del mondo e della terra,
sulla natura, sull'essenza e sul potere degli dei». A tutte
queste capacità, dunque, i druidi univano unici
tra i Celti la conoscenza dellalfabeto e della scrittura.
Ma non ne facevano uso, se non in casi eccezionali. Per quali
ragioni?
I
motivi di questa idiosincrasia sono chiariti dallo
stesso Cesare: «primo, non vogliono che le norme che regolano
la loro organizzazione vengano a conoscenza del volgo; secondo,
perché i loro discepoli, facendo conto sugli scritti, non
le studino con minore diligenza. Succede spesso infatti che, confidando
nellaiuto della scrittura, non si tenga adeguatamente in
esercizio la memoria».
Mettere
per iscritto un precetto religioso, una regola giuridica, una
nozione qualsiasi era dunque per loro, al contrario di altri popoli
come i Latini, i Greci, gli Etruschi, assolutamente sconsigliabile.
Il rischio era che formule magiche, rituali o altre nozioni considerate
segrete cadessero nelle mani sbagliate, con esiti forse funesti.
Tuttavia, come si è accennato, testimonianze scritta prodotta
dalla cultura celtica esistono. Una delle più antica di
esse è un graffito su un vaso di ceramica databile al VI
secolo a.C. e proveniente da una tomba di Castelletto Ticino (Varese):
si tratta di un nome XOSIOIO (di Kosios), con
ogni probabilità lindicazione di appartenenza del
manufatto. Lalfabeto usato era, come noto, derivato da quello
etrusco di Lugano. Nel passo già citato, Cesare parla dello
sporadico utilizzo, da parte dei druidi, dellalfabeto greco,
dato confermato dai ritrovamenti archeologici (monete, iscrizioni).
Altri ritrovamenti, infine, dimostrano che in Gallia, almeno dal
I secolo d.C., era largamente usata anche la scrittura latina,
come risulta eclatante nel caso del grandioso Calendario di Coligny
che, scoperto nel 1897, è un documento di eccezionale importanza,
oltre che sul piano linguistico e storico, anche per la conoscenza
di come i Celti computavano il tempo. E proprio il Calendario
di Coligny, indirettamente, dimostra che i Celti, per quanto concerne
questioni rituali o religiose, ricorrevano alla scrittura soltanto
quando si sentivano minacciati nella loro identità e temevano
che le nozioni da loro custodite con tanta cura potessero perdersi
per sempre. Il Calendario fu messo per iscritto nel II secolo
d.C., quando cioè la romanizzazione completa delle Gallie
era ormai solo questione di tempo.
Diversa
la questione per quanto concerne gli aspetti commerciali: in questi
casi si tratta di legende monetarie - luso della
scrittura è invece espressione di una società urbanizzata
o in via di urbanizzazione.
Etrusco,
greco, latino: i Celti del continente non inventarono, per traslitterare
le loro lingue, sistemi di scrittura autonomi, ma si limitarono
ad adottare, con qualche variante per venire incontro a diverse
esigenze fonetiche, quelli in uso presso altre culture, come avevano
già fatto a suo tempo i romani e gli stessi greci.
Non
così invece i Celti delle isole britanniche: qui le svariate
competenze dei druidi naturalistiche, astronomiche, religiose,
esoteriche, culturali, persino filosofiche - fornirono lo sfondo
per la creazione e la diffusione di un alfabeto che, sebbene sia
accostabile ad altri sistemi di scrittura in vigore presso altre
civiltà europee, può essere considerato uninvenzione
originale: lalfabeto ogamico.
Di
cosa si tratta esattamente? Di un alfabeto composto da 20 lettere
divise in 5 gruppi di 4 ciascuno, incise su una superficie rigida,
legno, osso e pietra. La particolarità dellogam rispetto
ad altri alfabeti è che le lettere non hanno un aspetto,
per così dire, alfabetico, ma sono costituite
da tacche incise orizzontalmente, verticalmente e obliquamente
rispetto allo spigolo, oppure sotto forma di punto. Un sistema
utilizzato dal III-IV secolo d.C. fino alle soglie delletà
moderna in Irlanda, in Galles, in Cornovaglia, in Scozia e sullIsola
di Man solo per scrivere epitaffi su pietre tombali o segnalazioni
di proprietà su cippi di confine. Ma chi inventò
questo sistema di scrittura così poco pratico? Quando fu
ideato? Perché? E con quali scopi? E quello che ho
cercato di spiegare in Ogam. Antico alfabeto dei Celti, pubblicato
per i tipi della Keltia Editrice di Aosta.
Non
esistono, in Italia, studi dettagliati né monografie complete
sullargomento, e a dire il vero anche il problema più
generale delle lingue e degli alfabeti in uso presso i Celti è
stato affrontato solo di recente in maniera più o meno
approfondita da studiosi del nostro Paese. Le ragioni di questo
ritardo rispetto, ad esempio, al mondo anglosassone, francese
e tedesco, non sono facilmente individuabili. Al di là
delle ricerche che però sono rimaste confinate nelluniverso
ristretto degli specialisti, è solo negli ultimi quindici
anni, cioè dopo la grande mostra ospitata nel 1991 a Venezia
nella splendida sede di Palazzo Grassi, che anche in Italia lattenzione
di un numero sempre crescente di studiosi (e del grande pubblico)
è stata attirata dai Celti, popolazione a lungo (e a torto)
considerata marginale nella storia della Penisola (quando non
addirittura dellEuropa).
In
questo lavoro ho quindi cercato di ricostruire la storia e il
senso dellOgam, dalle sue oscure origini al suo declino,
fornendo anche un quadro generale delle lingue celtiche antiche
(e moderne), nel cui contesto lOgam si è originato
e sviluppato. Per farlo mi sono basata su mie ricerche originali,
ma anche su studi (sempre, purtroppo, parziali) pubblicati in
passato e di recente in Francia e nelle Isole britanniche: materiale
irreperibile in Italia al di fuori degli Istituti di Filologia
e di Glottologia delle Università.
Per
prima cosa, ho cercato di fornire un quadro generale delle lingue
celtiche e del contesto in cui erano utilizzate. Dopo aver passato
in rassegna i vari idiomi appartenenti al cosiddetto celtico
insulare nelle sue due diramazioni goidelico e britannico
- , largo spazio è stato dedicato alla ricostruzione del
celtico continentale nelle sue varianti note, lepontico,
gallico, galata, celtiberico e lusitano. Di ciascuno di questi
idiomi si è fornita una breve storia e la descrizione delle
caratteristiche linguistiche e glottologiche, fornendo anche alcuni
esempi significativi. Come noto, la maggior parte delle lingue
celtiche, soprattutto sul continente, sono estinte. Tuttavia da
qualche tempo a questa parte si sta assistendo da più parti,
grazie agli sforzi di benemerite associazioni culturali e politiche,
ad una vera e propria renaissance del parlare e dello scrivere
celtico. Non si è quindi ritenuto di dover trascurare la
situazione del celtico oggi, che in vari contesti
- in Scozia, Galles, Cornovaglia, Isola di Man e Bretagna - gode
di una discreta diffusione (in letteratura, ma anche nei mass
media: stampa, tv e radio) e in certi casi ha ottenuto addirittura
il riconoscimento giuridico formale di lingua ufficiale. Oltre
ad una dettagliata descrizione dello stato di vitalità
del gaelico irlandese e scozzese, del gallese, del cornico, del
manx e del bretone, ho fornito nel ricco corpo di note le indicazioni
dei tantissimi siti internet che propongono corsi per imparare
queste lingue, e dove reperire i relativi supporti didattici (dizionari
e grammatiche in primis).
La
seconda parte del volume ci porta finalmente in Irlanda, dove
logam nacque e si diffuse a partire stando alle testimonianze
scritte che ci sono giunte a partire dal V secolo d.C.
circa. Lepoca era quella del Cristianesimo, portato sullisola
verde da Palladio e Patrizio, che diffusero un monachesimo con
connotazioni del tutto diverse da quelle continentali. Un intero
capitolo è stato dedicato alla ricostruzione per sommi
capi del monachesimo irlandese e della sua importanza culturale,
oltre che religiosa, per la civiltà europea: è noto
che fu grazie ai monaci irlandesi che molta parte dellimmenso
patrimonio librario dellantichità si salvò
dalle ingiurie degli uomini e del tempo. Ma i monaci irlandesi
fecero per lIrlanda, se possibile, ancora di più:
riuscirono a dar vita ad una prodigiosa sintesi tra cultura monastica
e sapienza pagana permettendo al vastissimo corpus di leggende,
miti, storie e genealogie di sopravvivere alla storia grazie alla
loro opera di trascrizione. Fu anche per merito loro, come cerco
di mostrare nel libro, se logam si salvò.
Alle
iscrizioni ogamiche è dedicata la parte centrale del saggio.
Dopo aver parlato della loro diffusione e datazione, ho cercato
di delinearne la funzione e gli scopi. Senza entrar troppo nei
dettagli per i quali rimando alla lettura del volume -,
si può dire che in base alle iscrizioni che ci sono giunte
(in tutto 369) logam fu utilizzato per scopi sacrali e commemorativi
e in misura minore come cippi di confine tra proprietà
fondiarie. La letteratura irlandese però suggerisce anche
un altro utilizzo dellogam, quello magico e rituale. Testi
antichi come ad esempio il Táin Bó Cúailnge
(La razzia del bestiame di Cooley), il Libro
di Leinster o la raccolta di leggi nota come Senchus Mor,
nonché innumerevoli racconti, attribuiscono allogam
valore divinatorio quando non addirittura criptico, e per decifrarne
il significato era richiesta la competenza di saggi e di druidi.
La
conoscenza sacrale dellogam non fu comunque confinata allalto
Medioevo. Una testimonianza preziosa del suo uso e della sua importanza
è data dallAuraicept na n-Éces, un vero e
proprio manuale del fili (sapiente). Di questo celebre
testo si dà in appendice, per la prima volta, la traduzione
italiana.
La
valenza criptica dellogam lo ha fatto accostare, in passato,
alle rune, spingendo alcuni studiosi a farlo derivare proprio
dallantico alfabeto germanico col quale in effetti condivide
qualche altra particolarità come la suddivisione delle
lettere in gruppi. La spinosa questione delle origini dellogam
e dei suoi rapporti con altri alfabeti e con i numeri è
stata affrontata in un capitolo a sé stante, e attraverso
lesame delle fonti antiche e degli studi moderni (Macalister,
Vendryes, Macneil, ecc.) si è giunti alla conclusione che
se mai uninfluenza esterna ci fu, essa va ascritta per varie
ragioni allalfabeto latino. Non anticipo le altre considerazioni
finali, ma mi limito ad accennare che ho cercato di formulare
unipotesi sul perché e in che modo sarebbe stato
inventato e si sarebbe evoluto in una forma di alfabeto che forse
non è esagerato definire, per lIrlanda medievale,
nazionale.
Questo
saggio si propone dunque come il primo tentativo di sintesi originale
sullogam in lingua italiana ed è stato pensato per
essere accessibile non solo agli addetti ai lavori
(che comunque troveranno nel vasto corpus di note e nella bibliografia
i riferimenti per verificare le informazioni e i raffronti e per
risalire alle fonti), ma anche ad un pubblico più vasto.
Nostra speranza è che questo lavoro sullogam, sulla
sua storia e sui suoi misteri possa fornire un ulteriore,
piccolo contributo alla diffusione della conoscenza della civiltà
celtica e alla scoperta (o riscoperta) della corposa eredità
che essa ha lasciato nella civiltà europea.
Keltia
Editrice, formato 150x230
pagine 176, euro 15 Brossura, con xx tavole fuori testo in b/n
-
presto disponibile nella nostra bottega celtica -